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Archivio di Febbraio 2010

01.02.10

La ghirlanda d'Irlanda

Ovvero Florizel e l'insolita disgrazia di avere due suocere.

Perché limitarsi ad avere una sola suocera, quando si può averne due? Alla fine del "Racconto", Florizel partecipa alla gioia di Perdita per aver ritrovato la sua vera identità e la sua vera madre... ma, tirate le somme, si ritrova con due regni da amministrare e due suocere da sopportare. Veramente troppo - anche per un principe del più regale lignaggio. La vera tragedia, insomma, è quella che viene dopo.

Per tutti gli altri personaggi (o quasi), la gioia finale è incontaminata. Stasera proviamo la scena conclusiva finalmente al gran completo. Jale e Sabina, finora assenti, vengono rapidamente istruite sui loro movimenti. Nonostante la evidente inadeguatezza dello stereo, riusciamo comunque a far partire la musica al punto giusto. Isa/Ethna/statua si risveglia dal lungo sonno parecchie volte, abbraccia tutti ripetutamente, ed esce per lasciare la scena alla riappacificazione dei due re, vero evento chiave del finale. In fondo, le statue si rianimano tutti i giorni. Due re che fanno la pace dopo vent'anni, invece... è una cosa veramente eccezionale.

Segue la cerimonia nuziale. I due piccioncini passano sotto la ghirlanda prontamente allestita e ricevono la benedizione solenne della regina recentemente de-mummificata.

Stasera rivediamo anche la parte iniziale del lavoro: l'ingresso del narratore, la presentazione dei due re e della "buona regina"(buona ma sfigata), la follia di Killarney, l'incarico di assassinare l'ospite. Roberto non riesce a trattenersi dall'afferrare prematuramente la invitante candida e soffice manina della regina, che invece (almeno inizialmente) ha occhi solo per il regale maritino. Gianni si sofferma poi sul dialogo tra Ehmain e O'Donnoghue, invitando gli attori a fare proposte sensate per i movimenti e le intenzioni.

Gianni consegna a Vcz i CD da cui estrarre le musiche dello spettacolo: Loreena McKennitt, John Kenbourn, e altri. Vcz preparerà la colonna sonora ufficiale, inserendo anche il contributo iniziale di Robert nelle vesti del produttore.

08.02.10

La pergaminchia sul tapis roulant

Ovvero il Saggiattore sdogana il turpiloquio gratuito. Decadenza di un blog nato serio.

Riscaldamento con attenzione divisa stasera: in cerchio, facciamo passare un impulso con le mani, pronunciamo a turno il nostro numero, battiamo a ritmo un piede e ci lanciamo una pallina. L'ordine degenera rapidamente nel caos e l'esercizio si interrompe. Patrizia, che finalmente ha le mani libere, approfitta per darsi una grattatina e placare un prurito inopportuno.

Inforcati gli occhiali da intellettuale consumato (che subito legano con il pizzetto da artista rivoluzionario), Gianni ci legge un passo dal libro "Bruciare la casa. Origini di un regista" di Eugenio Barba (Ubulibri).

Quando parlavo di drammaturgia dell'attore, intendevo sottolineare l'esistenza di una sua logica che non rispondeva alle mie intenzioni di regista, né a quelle dell'autore. L'attore ricavava questa logica dalla propria biografia, dalle proprie necessità, dall'esperienza e dalla fase esistenziale e professionale in cui si trovava, dal testo, dal personaggio o dai compiti che aveva ricevuto, dai rapporti col regista e con gli altri colleghi. [...] La drammaturgia dell'attore era la misura della sua autonomia come individuo e come artista. Il mio operato di regista non era solo frutto della mia inventiva e del mio sapere tecnico, ma veniva influenzato e plasmato dalla creatività dei miei attori.

Barba ripete con altre parole quanto Gianni ci spiegava già qualche giorno fa: l'attore non è solo una marionetta nelle mani del regista/burattinaio ed influenza necessariamente il lavoro. Non solo questo è inevitabile, ma è anche positivo - ed è per questo che Gianni ci incoraggia sempre di più a proporre idee e soluzioni anche diverse dalle sue direzioni originali.

Concluso il momento culturale, passiamo a provare le nostre scene. Vediamo la scena III del primo atto (Robi con Patrizia) e la V (Isa con Ale, e la partecipazione straordinaria di Vcz nelle vesti di Mouloch).

Patrizia cerca suggerimenti per trasformarsi in uomo (forse indosserà una barba finta). Gianni le propone di tenere qualcosa in mano, per esempio una pergamena. Per ragioni che non capisco o non ricordo, la pergamena diventa rapidamente una pergaminchia. Inizio a ridere e non smetto per almeno un quarto d'ora. Una volta ero un bravo ragazzo, ora sono un deficiente (e soprattutto non sono più un ragazzo).

In seguito, Gianni parla di tableau vivant e Jale capisce invece tapis roulant. Siamo una banda di sbandati. Per questo andiamo d'accordo.

11.02.10

L'equivalenza

Ovvero dire una cosa e intenderne un'altra, per analogia o per contrapposizione.

Il vulcanico Gianni Lamanna espone stasera la sua teoria dell'equivalenza. Il discorso è lungo e articolato, ma la sostanza è semplice: il linguaggio teatrale è fatto di simboli. I gesti e le parole che portiamo in scena, per quanto in sè piccoli e semplici, rappresentano cose molto più grandi. O, per usare la terminologia di Gianni, equivalgono a cose più grandi e diverse. Questo accade in modi diversi: per semplice evocazione; per analogia; o, che è il modo più caro a Gianni, per contrapposizione. Si dice o si fa una certa cosa per suggerire piuttosto il contrario, spesso in modo provocatorio.

"DreamFastNet" era ricchissimo di questi simboli. Anzi: era un'allegoria dall'inizio alla fine, e su più livelli interpretativi. Un rompicapo, praticamente.

Il "Racconto" ha un piano di lettura ovvio, che è quello dell'intreccio della storia, più o meno semplice che sia. Ma su questo piano dobbiamo innestare le nostre equivalenze - e saranno loro a collegare l'intreccio coi significati universali sicuramente cari anche all'autore.

Gianni ci invita a proporre subito le nostre "equivalenze". Con questa idea proviamo alcune scene.

15.02.10

Indolenza a quattro voci

Ovvero: siamo stanchi e vecchi e aspiriamo solo all'eterno riposo (della mente).

Caro amico della compagnia, quando è stata l'ultima volta che sei stato alle prove senza desiderare di essere altrove? Rispondi dentro di te, sinceramente. Poi rifletti sul perché invece perseveri. Trovata la risposta? Fammi sapere.

Per fare un lavoro fatto bene, o anche solo per dare un senso a tutte le ore passate insieme agli altri compagni invece che a casa con la famiglia o al bar con gli amici... ci vuole molto più di così. Questa è sopravvivenza, niente di più, e non ha proprio senso.

Per non sprecare anche il tempo di Michela, che si è gentilmente prestata pensando di trovare terreno fertile, bisogna provare a lungo e con attenzione. Non una volta e poi una sigaretta. Non due volte e poi una barzelletta. Non tre volte e poi a casa sul divano a guardare la TV.

È chiaro che non ci obbliga nessuno. Ma allora, se non abbiamo più voglia, tanto vale lasciar perdere, iscriversi al circolo degli ex aspiranti attori pensionati, e risparmiarsi la farsa. Va bene recitare, ma questo non è un palcoscenico.

18.02.10

I am yours for ever

Ovvero la bellezza intramontabile della poesia di Shakespeare.

Prima che la tragedia si consumi, Leonte/Killarney rievoca con straordinarie parole il momento in cui Hermione/Ethna diventa sua sposa e regina. La bellezza dei versi originali è intraducibile:

Why, that was when
Three crabbed months had sour'd themselves to death,
Ere I could make thee open thy white hand
And clap thyself my love; then didst thou utter
'I am yours for ever.'

Ogni singolo verso andrebbe studiato individualmente e racchiude un mondo di sfumature, suoni e sensazioni, a volte delicate, a volte dirompenti.

"Ere I could make thee open thy white hand" fa riferimento al solenne gesto di aprire il palmo della mano, per poi appoggiarlo su quello dell'altro in segno di pace e unione.

Su un'edizione del 1806 trovo il seguente commento:

She opened her hand to clap the palm of it into his as people do when they confirm a bargain. Hence the phrase to clap up a bargain i.e. make one with no other ceremony than the junction of hands.

La nostra traduzione recita:

prima che io potessi farti apparire tua bianca mano...

ed è evidentemente da correggere con:

prima che io potessi farti aprire la tua bianca mano...

In rete ho trovato quest'altra traduzione, che mi sembra molto efficace e potrebbe essere una valida alternativa:

Fu quando, dopo che tre acerbi mesi
furon trascorsi inaciditi a morte,
io riuscii ad ottener da te
che mi porgessi la tua bianca mano
e in essa suggellando l'amor mio,
mi dicessi: "Io sono tua per sempre".

L'edizione Feltrinelli invece propone:

Ebbene, fu quando tre amari mesi
S'inacidirono a morte prima che io riuscissi
A farti aprire la bianca mano
In cui poi chiudesti il mio amore. Tu dicesti,
Allora: "Sono vostra per sempre".

Al nostro Killarney/Leonte/Alessandro la scelta.

Nella Tempesta si trova riferimento allo stesso gesto usato allo stesso modo:

Mir. My husband then?
Fer. Ay, with a heart as willing
As bondage e'er of freedom: here's my hand.

Mir. And mine, with my heart in it.

Oltre a discutere di poesia, stasera abbiamo anche provato diverse volte la scena VII del primo atto (Oisin porta la piccola Perdita al cospetto di Killarney impazzito) e la scena III del primo atto (O'Donnoghue apprende che Killarney intende farlo uccidere).

22.02.10

Dall'arena al labirinto

Ovvero l'attore immaginifico.

Uno degli strumenti più potenti che Gianni ci insegna ad usare è quello di trasportare con l'immaginazione una certa scena in un luogo e un tempo diversi dagli originali. Questa trasposizione ha luogo in gran segreto ed è visibile solo attraverso gli occhi dell'attore. Alle percezioni del pubblico trapelano solo le sensazioni che l'attore, dal suo mondo parallelo, riesce ad evocare e a riportare indietro. Il risultato? Nulla è scontato, nulla è banale, e ogni gesto ha uno spessore e una profondità che arrivano da... un'altra dimensione. È un espediente, certo, ma può trarre l'attore d'impaccio quando l'ispirazione si fa desiderare.

Esempio: la scena in cui Oisin porta la piccola Perdita al cospetto del re Killarney, alla presenza del pavido Finvarra. Gianni ci ha suggerito di immaginarla in un'arena, come fosse una pubblica esecuzione ai tempi degli antichi romani, una damnatio ad bestias. Oisin e Killarney sono due belve feroci e l'azione ruota attorno alla piccola Perdita, deposta al centro. Tutto il dialogo ha il ritmo serrato di un combattimento: le belve si studiano e si contendono la preda. Finvarra è testimone impotente ma anche lui stesso facile preda.

La scena del processo è invece, per la regina accusata ingiustamente, il penoso attraversamento di un labirinto indistricabile. Sulla sua strada Ethna si imbatte in vicoli ciechi, porte chiuse, accessi sbarrati. È in questa ambientazione fantastica ed angosciante che Isa deve trasportarsi per trovare le giuste intenzioni e rendere vivo e spesso il suo testo.

L'immaginazione è dunque uno strumento prezioso nelle mani dell'attore. Ad essa vanno però aggiunti lo studio, la dedizione, e la disponibilità a provare e riprovare - fino a trovare la giusta soluzione (anzi: una giusta soluzione). Inoltre, alcune trovate possono risultare fuori luogo quando riportate nel contesto originale, e bisogna quindi saper rifinire e omogeneizzare.

Patrizia dovrà rendere credibile la passeggiata sulle ginocchia di Oisin, che sfida il re; e trovare la giusta intonazione per il suo testo, così ricco di sfumature e significati che va studiato parola per parola. Isa dovrà invece trovare la giusta dimensione e collocazione per la sua passeggiata nel labirinto: Ethna è imputata in un processo davanti al re suo marito e la sua stessa vita è in pericolo: tanto movimento sarà opportuno? (Nota a margine: stupenda la voce del giudice/Gianni, che ricorda i doppiaggi dei western degli anni Sessanta).

Giovedì proveremo finalmente insieme In this heart, che questa settimana tutti si sono impegnati a studiare a casa. Per poter cantare insieme a più voci, infatti, è indispensabile avere completa padronanza ciascuno della propria melodia, e questa si può acquisire solo con tanta pratica (in auto, in bagno, nella pausa caffè o sigaretta, a letto prima di dormire... ma non alle prove col gruppo).

25.02.10

Spedito ma lento

Ovvero seduto in punta di piedi leggendo il giornale guardando un uccello su un albero lontano.

Forse non tutto è perduto, e dopotutto cantare "In this heart" a tre voci non è un obiettivo così irraggiungibile. Se riusciremo, lo dovremo a Patrizia, che si è offerta di preparare il coro, lavorando a gruppetti prima o durante le prove ufficiali. Già stasera, reclutati Ale e Vcz, si è lavorato (a parte) sulla terza voce. Patrizia è un'insegnante paziente ma anche giustamente esigente; e sa unire il necessario incoraggiamento con le dovute critiche.

Nel frattempo Gianni si è occupato delle seguenti scene: il processo a Ethna; l'incontro tra Ehmain e Killarney; il dialogo amoroso tra Florizel e Perdita.

Ethna si è parzialmente districata dal suo labirinto, e si trova ora alle prese con scudisciate e percosse assortite - tutte virtuali, per fortuna, inferte con la sola forza della voce dallo scellerato re/marito. Per Ehmain e Killarney ci sono meno chilometri da percorrere e l'indicazione di procedere spediti ma... lenti, tenendo conto del limitato spazio reale disponibile in scena. Florizel e Perdita, da parte loro, flirtano zuccherosi, giocano, cinguettano, sognano come ogni coppia di giovani (e ignari) fidanzatini.

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