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Archivio di Luglio 2008

15.07.08

Vcz sulla rivista di "Caritas Insieme"

Sul numero di luglio della rivista di "Caritas Insieme" appare un articolo di Vincenzo sul "Buio" e sull'esperienza televisiva a "Caritas Insieme TV". Ecco il testo completo. L'articolo in PDF si può scaricare cliccando qui. Grazie ancora a Caritas Ticino per il loro supporto!

Se è vero che l'immaginazione è uno strumento fondamentale nella ricerca della verità, allora l'arte, e in particolar modo il teatro, sono sicuramente l'occasione per sorprendenti rivelazioni e scoperte inattese. Per gettare uno sguardo al di là delle apparenze bisogna uscire dal comfort suadente e ingannevole delle sensazioni terrene, chiudere gli occhi e spalancare invece la mente. Qualcuno direbbe addirittura sognare. Rischiando, nel migliore dei casi, di non approdare da nessuna parte. O, peggio, di approdare a illusioni ancora più subdole. Il viaggio non è privo di pericoli, insomma - ma ciò che conta è avere il coraggio di aprire la porta e partire.

Di uscite dal mondo (nel senso buono di cui dicevo) ce ne sono tante. Spesso sono legate a piccole cose e presuppongono una sensibilità allenata. Altre volte le dobbiamo a individui ispirati, o addirittura geniali, che consegnano all'umanità un biglietto verso destinazioni mai immaginate prima. Come uno scienziato o un pittore. O uno che scrive un testo per il teatro, e gli affida una tranche de vie, una scoperta sensazionale o anche solo una piccola emozione - spalancando una porta per chi è in attesa di partire.

Ecco perché assistere a uno spettacolo teatrale è sempre l'opportunità di un viaggio stupefacente. Di mille viaggi stupefacenti - perché ogni spettatore traccerà la sua rotta personale, e le destinazioni saranno molte e distanti. Alcuni riceveranno un biglietto di sola andata: sono quelli a cui l'esperienza avrà lasciato una rivelazione, piccola o grande, che non potranno più ignorare.

La nostra esperienza teatrale è proprio questa: la ricerca. Vissuta prima di tutto sulla nostra pelle di aspiranti attori. Posso essere un santo in scena se nella vita di tutti i giorni sono un mascalzone? Posso essere egoista e perverso sul palcoscenico se tutti mi conoscono come limpido e gentile? E se poi scopro che mi piace essere egoista e perverso? O peggio ancora: se scopro che io sono già egoista e perverso, e la vera maschera è quella che indosso nella vita "reale"? Ma fare teatro vuol dire camuffarsi o piuttosto finalmente mostrare il proprio aspetto autentico?

L'entrata in scena è per l'attore una uscita dal mondo genuina e senza condizioni. Se funziona bene, comporta la dissoluzione di tacite obbedienze, di sottomissioni radicate e ormai automatiche. Quando questi limiti svaniscono, sai che hai conquistato qualcosa, e che sarai pure dilettante - ma sei sicuramente attore. È sorprendente, e quasi impossibile da far capire a chi ne è fuori, come il testo non costituisca una gabbia ma, al contrario, sia una irrinunciabile protezione dalla "realtà" - l'unica vera garanzia di totale, incorruttibile libertà.

Poi subentra la responsabilità della comunicazione. L'attore non è lì per sé stesso. Non solo. Le tue scoperte devi spedirle al di là della quarta parete, fino al fondo della sala. Possibilmente anche fuori. Se ti accorgi che non penetrano - altra stupefacente prerogativa del teatro - hai sempre una seconda chance. La verità è che ogni platea è unica, ogni rappresentazione è unica, e che il termine comunemente usato per indicare ciascuna messinscena, replica, è una clamorosa inesattezza.

Con Il buio del Golgota le cose si complicano. L'autore Gianni Lamanna, che è anche il regista della compagnia, lo definisce una dramma sacro e una meditazione. Certo, un bravo attore fa sue esperienze e sensazioni che (almeno superficialmente) non gli appartengono. Ma è possibile per qualcuno fare propria una riflessione spirituale che non condivide? È possibile offrire per la meditazione di chi ti ascolta pensieri che non comprendi? In altre parole, posso diventare Lazzaro se non credo in Gesù?

La risposta è che finché sono Lazzaro crederò a ciò a cui crede Lazzaro. Ancora una volta, la straordinaria libertà di essere chi non sono. Il privilegio dell'attore, la sua missione. Di ritorno dal viaggio, probabilmente sarò cambiato - forse anche solo per il fatto di sapere con maggiore certezza chi non sono.

Da questo punto di vista, il Buio è stato per noi della Compagnia della notte un'esperienza più intensa rispetto ad altri lavori che hanno comportato un impegno anche maggiore o più duraturo. La stessa decisione di prendervi parte è stata il risultato di una riflessione - diversa per ciascuno di noi, naturalmente, ma per tutti noi influenzata, ancora una volta, dal desiderio della scoperta. E raccontare il Buio per Caritas Insieme TV ci ha dato l'opportunità di approfondire la riflessione e di guardare indietro a esperienza conclusa.

Rispetto alle sensazioni del teatro, a cui siamo abituati, parlare davanti a una telecamera è stato molto più simile a una confessione. Pur sapendo bene che le tue parole raggiungeranno un pubblico potenzialmente molto più vasto rispetto a quello che può assistere a una singola o anche a molte rappresentazioni teatrali, in un certo senso ti senti solo con te stesso. Non sono con te nemmeno gli altri attori della compagnia, che sul palcoscenico sono formidabili complici, si prendono cura di te e del tuo personaggio, e non permetteranno in ogni caso che a te o a lui accada qualcosa che non deve. Ma ai quali probabilmente non hai mai detto (ad alta voce) quanto conti su di loro.

Da solo davanti all'obiettivo, invece, tiri fuori anche questo. Poi riguardi la trasmissione e ti sorprendi a provare tenerezza per quel te stesso che si offre, simulando naturalezza, a una platea di sconosciuti che non vedi e non senti - una platea che tecnicamente non può darti, quando serve, una seconda chance. E che probabilmente, anche potendo, non vorrebbe dartela. È il rigido contratto della televisione, dove il giudizio si forma in un istante e il telecomando tiranneggia pensieri e contenuti.

Allora sei più autentico in TV nei tuoi comodi panni convenzionali o in scena con le bende di Lazzaro avvolte strette sulla pelle nuda? È più vero il te stesso, la cui esistenza difficilmente senti messa in dubbio, che vive nel mondo "reale" e la cui immagine si trasmette nell'etere? Oppure Lazzaro, che nel mondo "reale" potrebbe non aver nemmeno mai posato il piede, ma che in scena, sopra ogni dubbio, è genuino, palpitante e non contraffatto?

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