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Archivio di Aprile 2008

01.04.08

Il Girotondo dal punto di vista di un lampadario

Alessia ci invia queste sue riflessioni.

Era una mattina come tante altre. Una di quelle giornate in cui ti alzi, vai in cucina, ti siedi a bere il caffè, leggi il giornale. Gironzoli per casa, senza un obiettivo o una meta precisa, lasciandoti trasportare dal tempo e dallo spazio, cogliendo le piccole grandi emozioni generate da quella canzone che suona alla radio, dal raggio di sole che illumina e rende particolarmente bella la natura fuori casa. Ti sembra un giorno speciale, dove i colori ti appaiono più splendenti e vivi. Ti chiedi, “Cosa c’è nell’aria stamattina?”. Probabilmente niente di diverso dal solito, ma, proprio stamattina, i tuoi occhi hanno avuto il tempo di vedere, la tua mente ha avuto il tempo di sentire, la tua vera energia ha avuto spazio per scorrere. Non perché non hai niente da fare - infatti farai mille cose in più di altri giorni - ma, semplicemente perché la tua testa è lì, in quel preciso istante, nel presente, senza essere distratta da mille pensieri “sul poi”, “sul dopo”.

In questa danza senza tempo, mi trovo seduta alla mia scrivania con la matita in mano, intenta a scarabocchiare distrattamente dei cerchi su un foglio di carta. Vicini, lontani, sovrapposti… improvvisamente, alcune linee prendono senso e corpo, diventano più precise, si distinguono dalle altre. “Eccola, è lei!!”, mi dico. “Questa, sì, proprio questa, sarà la struttura del lampadario!”. La forma elicoidale: un insieme di cerchi, che non terminano mai, ognuno dà origine a quello successivo, rendendo difficile, quasi impossibile, riconoscere l’inizio o la fine. Il simbolo di una danza infinita, proprio come il GIROTONDO dell’esistenza.

La forma c’era. Ora, si trattava di renderla attrattiva, proprio come i mille ideali, modelli, che ognuno di noi ha ed insegue. Quei progetti che crediamo nostri, che ci riempiono la testa, motivano le nostre azioni, orientano i nostri interessi. Quella corsa alla ricerca della realizzazione personale, come se fossimo esseri vuoti, e dovessimo scegliere, tra i modelli proposti nel grande catalogo della vita, ciò che vogliamo diventare: “Quando avrò finito gli studi, trovato il lavoro, incontrato l’anima gemella, creato una famiglia, allora sì, che sarò felice”; oppure “quando mi sarò comperato l’auto dei sogni, avrò ottenuto la promozione e firmato quel contratto, sarò veramente realizzato”.

Lasciandomi guidare dai pensieri che affiorano e si intrecciano, appare l’immagine dei tappi: semplici vecchi tappi di metallo. Proprio loro! oggetti dalla forma interessante, sufficientemente luccicanti, capaci di prendere vita a seconda di come vengono piegati e assemblati. Con l’aiuto di qualche piccolo trucchetto, sfruttando le loro molteplici proprietà, la lontananza dal pubblico ed un’illuminazione adeguata, è possibile creare un grande effetto ottico: dorato e luccicante, attrattiva ed inebriante. L’aspetto più affascinante? Accorciando le distanze, spegnendo i riflettori, togliendo lo sfondo nero che esalta i contrasti, ci si trova davanti a un sacco di tappi… che, se non avessero trovato “quella occupazione”, sarebbero stati destinati alla spazzatura.

Sistemato il contesto, servivano i protagonisti del girotondo: i personaggi! Già persone o personaggi? Dov’è il confine? quanto di ognuno di noi è persona, e quanto personaggio? Lo chiedessimo a cento persone differenti, tutti direbbero di sentirsi più persona che personaggio. Ma, quanto nasce da noi, cosa facciamo solo per noi, e quanto facciamo per essere accettati, per colmare il vuoto, per non essere soli. Vuoto e solitudine? I doni più temuti e combattuti della nostra esistenza. Ed è proprio in quel momento che inciampo su delle parole che accendono la seconda parte della mia interpretazione del girotondo. Ve le regalo (per alcuni), ve le faccio subire (per altri):

“Diamo molte definizioni di noi stessi, ci riempiamo di progetti, di decisioni da prendere e così conosciamo solo la superficie di ciò che siamo. Puntualmente arriva uno stato di insoddisfazione, la sensazione di una vita non realizzata, quella mancanza di pienezza, che invece dovrebbe contraddistinguere la nostra esistenza. Mentre lottiamo per affermare il nostro volto esterno, quello cioè che mostriamo a noi stessi e agli altri, ci dimentichiamo che il nostro Sé sa sempre cosa fare, dove andare e determinare la nostra realizzazione. Comprendere dove vuole portarci la voce silenziosa dell’essenza significa riscoprire i nostri talenti, le nostre caratteristiche e realizzare ciò che siamo per davvero e vedere via via tramontare disagi e sofferenze“. R. Morelli

Lasciandomi guidare dall'eco di queste parole, nasce l’idea di rappresentare i personaggi del girotondo con delle scatolette di legno, più precisamente, cinque coperchi e cinque contenitori, tutti dello stesso materiale e grandezza, perfettamente intercambiabili tra di loro. La scelta di utilizzare delle scatole identiche vuole simboleggiare il potenziale, l’essenza di ogni essere umano, uguale per tutti, indipendentemente dal loro ruolo o riconoscimento sociale.

Ho voluto giocare con le proprietà di questi oggetti, formati da un interno ed un esterno, dal vuoto generato dalle pareti stesse della scatola. Sono stata stuzzicata dalla difficoltà di stabilire, a dipendenza del loro utilizzo, se il contenitore è più importante del coperchio o viceversa. O ancora, se ogni parte può esistere, acquistare senso e valore, indipendentemente dall’altra o, se l’incontro è l’unica maniera per completarsi.

Stabilita la materia prima, si è presentata la necessità di renderle riconoscibili, di differenziarle. È nato così, il gioco delle apparenze, dei luoghi comuni, che caratterizzano le varie categorie. Giocando, volontariamente in maniera caricaturata e provocatoria, con gli stereotipi della nostra società, i coperchi sono diventati simbolo del genere femminile, intesi come completamento del genere maschile: i contenitori - ad un primo colpo d’occhio, con una funzione più determinante. Anche per la scelta dei colori mi sono lasciata ispirare da ciò che ogni gruppo sociale evoca nella maggior parte della popolazione: eleganza, freschezza, stabilità, vergogna, ecc. Infine il riconoscimento sociale viene raffigurato dal numero di piastrine luminose che appaiono sulle pareti esterne.

Il lampadario è rifinito con un enorme anello di legno, ricoperto da una carta luminosa, che ricorda un grande specchio. Lo specchio che interroghiamo quotidianamente, al quale affidiamo il compito di emettere giudizi, di riflettere il nostro volto esterno (nel lampadario rappresentato dagli oggetti appesi), al quale affidiamo le nostre vite, correggendo o rinforzando le scelte a seconda del responso ricevuto. Avete presente lo specchio magico della matrigna di Biancaneve?
Ma le scatole e i coperchi hanno una parte interna, forse più nascosta – che il grande specchio non è in grado si riflettere - all’apparenza vuota, e forse, un po’ insignificante. Qualcuno potrebbe addirittura sentirsi disturbato da quel vuoto, in netta contrapposizione con l’aspetto esteriore (all’apparenza più attrattivo e curato).

Ma un occhio attento, s’accorgerà che quel vuoto non è un vuoto qualunque, ma possiede un aspetto naturale, incontaminato, al riparo da qualsiasi condizionamento e che contiene un unico piccolo seme… tutti sappiamo che un seme nasconde un grandissimo potenziale, ma solo se riceve il nutrimento e il calore adeguati.
Uno solo, tra i dieci semi presenti nel lampadario, ha avuto l’occasione di germogliare e dare vita ad una piccola rosa gialla. Forse, agli occhi degli spettatori, proprio il personaggio che se lo meritava di meno, a causa delle sue scelte di vita: lei, la prostituta.

Hanno inizio le danze, coperchi e contenitori s’incontrano e si separano, manipolano e si lasciano manipolare, usano e si fanno usare. In nome della loro “idea” di amore, ma, nella totale incapacità di farlo. La paura della solitudine e del vuoto, l’ansia del modello scelto, fa chiudere le scatole così ermeticamente da impedire al seme del vero amore di trovare il nutrimento e il calore per sbocciare. Solo in un incontro, quel germoglio trova una piccola fessura per uscire, trovare la luce e mostrarsi agli occhi di tutti: il conte e la prostituta.

Perché il conte e la prostituta? Sarebbe troppo complicato da scrivere, forse non basterebbe un libro intero, così vi dico semplicemente: lei, che vive senza giudizio ciò che fa, alla luce del sole, senza trucchi o inganni, senza voler apparire diversa. Lui, che è nato con tutto ciò che altri rincorrono e sognano e che, malgrado tutto, si accorge che gli manca qualcosa d’importante.

L’incontro con lei, la prostituta, rievoca e illumina l’immagine di quella donna misteriosa che in passato aveva aperto una piccola fessura: Lulù. Chi è Lulù? Forse semplicemente la tata, che si è occupata con amore di lui quando era piccolo; forse la bambina della governante con la quale giocava; forse la cameriera della quale era segretamente innamorato da giovane e che spiava di nascosto, forse… ma in fondo poco importa chi fosse, una cosa è certa, chiunque fosse, aveva permesso al conte di vivere, sentire dentro di lui la speranza…

Speranza, che non basta a salvare il conte, che finisce nella spazzatura come tutti gli altri, ma che potrebbe fare la differenza nel prossimo girotondo. Dalla spazzatura escono e trovano spazio due rose gialle, e chissà…

Alcuni vedranno un lampadario un po’ povero, al limite del buongusto, e penseranno che un vero lampadario avrebbe reso maggiormente onore allo spettacolo. Altri, troveranno interessante l’idea di fabbricarlo con dei tappi. Ai miei occhi, il fascino è racchiuso nel fatto che anche un materiale molto povero, come un po’ di fil di ferro e qualche tappo, ha il diritto e il potenziale di raccontare una grande storia.

Grazie Gianni, e tutti, per avermi permesso di vivere questa avventura.
Con stima e affetto,
Alessia.

Alessia, grazie di cuore a te e al tuo pancione - per tutto quello che fate.

02.04.08

Le foto della generale a Mendrisio

Ho pubblicato alcune delle foto scattate da Nello e Lorna sabato scorso al teatro dell'OSC. Buona visione!

Clicca qui per accedere alla galleria.

04.04.08

Recensione sul "Giornale del Popolo"

Recensione del "Girotondo" stamane sul GDP (pagina 29). L'articolo è di Margherita Coldesina. Ecco un estratto:

La Compagnia della Notte, nata lo scorso anno sotto l'impulso dell'associazione Campo Teatrale e diretta dal regista Gianni Lamanna, ha proposto al Nuovostudiofoce una messinscena piutosto in disaccordo con la spregiudicatezza del testo. Walzer straussiani ballati non proprio rigorosamente (in teatro essere approssimativi è pericoloso), cambi di scena confusi, una recitazione non sempre convincente e la dizione traballante rendono questo Girotondo più un saggio amatoriale che uno spettacolo vero e proprio. Complice forse l'inesperienza, gli attori cedono di tanto in tanto all'euforia del pubblico, spartendone l'ilarità e ammorbidendo le intenzioni del personaggio. Ne scaturiscono gag comiche non proprio congrue al dramma schnitzleriano, perlomeno non in forme così esplicite. Un lavoro sui personaggi approfondito e la pulizia registica consentirebbero a questa messinscena di decollare verso una qualità più professionale.

Facciamo tesoro di queste impressioni: ci indicano alcune delle cose su cui dobbiamo lavorare, davanti a tutte la precisione.

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